Numeri e soluzioni per la crisi delle banche venete

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Oggi in Veneto dobbiamo fare i conti con le conseguenze drammatiche del sostanziale fallimento delle due popolari.
I danni subiti riguardano:
– l’azzeramento dei risparmi degli ex soci
– le difficoltà dei debitori delle ex popolari, sia famiglie che imprese

Prima di proporre una soluzione è doverosa una breve premessa che può essere ampiamente documentata: il fallimento non è dovuto alle gestioni ante 2015 delle due banche – affermazione valida soprattutto per Veneto Banca -, ma si deve parlare almeno di un concorso di responsabilità tra chi c’era prima, chi è venuto dopo, organi di vigilanza, Governo.
Le gestioni ante 2015 stanno subendo procedimenti giudiziari che accerteranno eventuali responsabilità. Le gestioni successive sono responsabili di aver perseguito pervicacemente disegni difficilmente realizzabili. Sono individualbili, a mio avviso, anche responsabilità del Governo: quel decreto di conversione in Spa delle popolari è stato frettoloso e mal concepito, fondato su un presupposto quantomeno discutibile, visto che il sistema popolari vive e vegeta in tutto il mondo e non ha i difetti denunciati dai proponenti del decreto. Il tetto degli 8 miliardi di attivo è del tutto arbitrario e fondato su valutazioni quanto meno discutibili. Potrei continuare…

Bankitalia ha la responsabilità di aver spinto per la fusione andando ben oltre le sue funzioni di vigilanza e controllo. Bankitalia ha usato due pesi e due misure difficilmente negabili nelle ispezioni su Veneto Banca e su Popolare di Vicenza. In sintesi, chi è senza peccato scagli la prima pietra… Oggi è urgente proporre una soluzione. Partiamo dai numeri:
Le due popolari avevano 55 miliardi di raccolta complessiva fino al 2015, ne hanno perso il 44% tra fine 2015 e inizio 2017. Restano circa 30 miliardi, effettivamente dichiarati da Intesa a giugno. Ciò mostra che il tracollo è avvenuto quando le vecchie gestioni erano già state sostituite. Tracollo che deve essere addebitato ai ritardi, alla sfiducia, agli errori fatti dai nuovi amministratori, dagli organi di vigilanza, dal governo.

Passiamo al decreto di cessione delle popolari a Intesa:
Intesa si tiene la raccolta (30 miliardi) e gli impieghi in bonis (25 miliardi dichiarati sempre a giugno 2017). Intesa denuncia uno sbilancio di 6,4 miliardi lordi (quindi 5 derivanti dal rapporto raccolta/impieghi più 1,4 miliardi di altre passività, coperti da garanzia dello stato, il quale si impegna a liquidare entro 2021).

I crediti deteriorati ammontano a circa 20 miliardi lordi (coperti al 50% circa): 10 miliardi Npl coperti al 60% circa, 10 miliardi Utp coperti al 30% circa. Significa che Intesa lascia alla liquidazione circa 10 miliardi di crediti deteriorati netti. La SGA deve recuperare da tali crediti i soldi dati a Intesa.

Lo stato dà a Intesa:
– 3,5 miliardi cash per salvaguardare i ratios patrimoniali
– 1,3 miliardi cash per il personale (Intesa prepensiona 3/4 dei suoi)
– 6,4 mld copertura sbilancio tra attivo e passivo.
(Potenziali altri 4 miliardi di crediti high risk che Intesa può retrocedere alla SGA)

Ricapitolando, Intesa riceve questi soldi dallo stato e acquisisce 25 miliardi circa di crediti in bonis. Immediatamente dopo il decreto di cessione, Intesa guadagna in borsa almeno 3 miliardi. Che corrispondono ai 4/500 milioni di reddito netto all’anno che essa ricaverà da tale cessione (utili derivanti da soldi dati dallo stato più utili da gestione crediti in bonis) per i prossimi anni.

Chi opera in borsa sa fare i conti bene:
I 25 miliardi rendono almeno 1/1,5% netto (togliendo i costi della raccolta) = 250/ 370 milioni anno
I 3,5 miliardi cash rendono almeno 2% (investendo in btp decennali) = 70 milioni
I 6,4 miliardi rendono 1% = 64 milioni
I 1,3 miliardi rendono in risparmi dei costi personale e sono già a disposizione di Intesa.

In totale siamo quasi a 500 milioni/anno
Sui quali Intesa paga 33% di imposte. Quindi lo stato incassa circa 150 milioni all’anno.

Atteso che le soluzioni proposte finora sono deboli, di complicata attuazione e di ammontare insufficiente, io propongo di usare questi soldi nei prossimi anni per: rimborsare gli ex soci con criteri che devono essere definiti, ad esempio, tenendo conto del prezzo di acquisto e di quanto effettivamente perso. Finanziare piani di ristrutturazione dei debiti di famiglie e imprese che mostrano di avere concrete possibilità di recupero, mi riferisco in particolare ai cosiddetti Utp.

Credo sia doveroso trovare una soluzione concreta per evitare la catastrofe che il fallimento delle due popolari sta già producendo nel territorio veneto. La soluzione che propongo non va ad impattare sul bilancio di Intesa, che sarebbe chiamata solo a restituire parte di quanto guadagnerà da tale operazione e non produrrebbe costi per lo stato che dovrebbe solo rinunciare a parte dell’incasso sulle imposte pagate da Intesa.

Faccio un appello affinché Governo, Intesa e Regione aprano un tavolo che si dia come obiettivo quello di recuperare parte degli ingenti danni che questa vicenda ha causato a famiglie e imprese del nostro territorio, partendo dai conti che ho presentato.

Antonio Guadagnini
Siamo Veneto

 

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